martedì 14 ottobre 2008

P.H.

"Lei non dovrebbe essersene già andato al diavolo fuori di quì?"
Un ghigno ben marcato su quella faccia rugosa lo rende un estraneo nel proprio ufficio.
Dalla cornetta si sentono arrivare ancora lamentele.
Un telefono rosso vecchio stile, ritrovato in chissà quale angolo di mondo.Non fanno più gioiellini di plastica belli così.Un cimelio anni 50, per pochi intenditori.
Levando lo sguardo verso la porta, una figura dai capelli color dell'argento ha varcato quella soglia che non vedeva anima viva da troppo troppo tempo.Quel buco di posto non respirava altra aria se non quella di quell'uomo sudaticcio e stanco con problemi al fegato. Forse cirrosi.Sta di fatto che le bottiglie di gin erano le sole con cui sapeva davvero darci dentro.Le donne non ne volevano sapere di lui.Non poteva neanche permettersele, in quel fottutissimo ufficio non guadagnava abbastanza.Potea solo permettersi alcool e sigarette, il minimo indispensabile.
Una poltrona di pelle in un angolo, una scrivania in legno a cui mancava un piede, una sedia dura e scomodissima, pareti giallastre dal troppo fumo e nessun quadro.Neanche un diploma. I ragni erano i soli veri pardoni di quel ripostiglio: tessevano volentieri fitte trame di derisione e sorrisi crudeli.
Occhi sbarrati d'un azzurro cielo, voce rotta dall'isteria, fianchi larghi e mani tremanti. Ecco la sola figura che si autoinvitava ad entrare. Una donna, sulla trentina, ancora sconvolta e con un tic all'occhio sinistro.
"Ti avevo già detto che sarei tornata a cercarti, prima o poi!"
Gran parte del suo volto era cosparso di macchie bianche, piccole zone prive di melanina che disegnano un motivo ben più esteso.Era comunque una bella donna, sfatta ma bella.
C'era qualcosa in lei ma nessun ricordo preso e analizzato riportava ad un'identikit di quel volto femminile sfibrato e stanco. Niente di lei era familiare.
Indossa orecchini d'oro scrostato. Le sue mani tremanti sono bluastre, sintomo di una pessima circolazione sanguigna.
Lui la osserva.
Ancora niente.
Il suo cappotto a doppio petto liso col caldo che prende forma tra le pighe di quella stanza in quell'agosto scarlatto, ogni tanto qua e là piccole bruciature di sigaretta.Lentamente si abbandona a quel complemento d'arredo nell'angolo più scuro della stanza.
Ha piedi sottili, le scarpe che indossa li fanno sembrare ancor più minuti.
"Hai una sigaretta? ho bisogno di fumare"gli chiede senza guardarlo in faccia.
Lui apre uno dei cassetti della scrivania.Frugando in uno di essi scova una vecchia scatola di latta , la apre e estrae uno di quei cilindretti.
Glielo porge in silenzio.
Dalla tasca del cappotto la vede tirar fuori un'accendino d'oro su incise delle iniziali: "P.H." legge.
Per un istante smette di respirare.
Quella donna a tratti così eterea, a tratti così affranta alza lo sguardo sotto la nuvola di fumo della prima boccata e lo osserva.
"In blocco le tue sensazioni, adesso."
"Le conosco tutte. Ti conosco, Pherson Hell."
Portandosi la sigaretta alle labbra aspira ancora godendo del pietoso spettacolo che Pherson sta inscenando.
Annaspando in cerca di parole tende il mento verso qualcosa di contenuto e lucido.Anche lui il suo cilindretto. Lo accende e aspira avidamente quel fumo bluastro e cancerogeno. Le mani si fanno fredde, anche se è pieno agosto.Una di quelle torride giornate d'afa e umido.
"Ancora niente?!"
"Quella notte dovevo ucciderti, lo sai."
Acora niente veramente.
Lui chiude i pugni in una morsa, più stretti che può.Le unghie non curate e lunghe lo feriscono fino a fargli sanguinare i palmi di entrambe le mani.Non c'è niente che fuoriesca dalla sua bocca nonostante cerchi invano di aprirla riuscendo solo in una pessima imitazione di un pesce sul tagliere di un cuoco giapponese. A due centimetri una mannaia. Un coltello d'acciaio affilatissimo.
Un pò come quegli occhi da cui lui vuole sfuggire, taglienti e vitrei.
Pare morta. Ogni volta che smette di parlare ogni tendine del suo corpo si spegne, e si distende.
Al contrario di quel piccolo e indifeso Pherson. Era lui che fino a poco tempo fa mandava al diavolo l'ennesima possibilità di lavoro retribuito, anche bene, a patto che lui leccasse il culo. Ma niente.A questo non si voleva abbassare.
Uscire vivi adesso da quella situazione era la sola cosa che desiderava.
Jill lo stava assorbendo. Per qualche attimo il tempo pareva essersi dilatato e contratto in uno spasmo.
Pherson deglutisce a stento, sente il suo stomaco chiudersi in una stretta da boa costrictor.
Sapore di sangue in bocca.
La paura lo fa assomigliare alla brutta copia di un assassino pentito. Respirare adesso non è per legge più consentito.

Quello spettro di donna abbandona il palazzo sparendo all'angolo in fondo alla strada.
Il cielo si tigne di un rosso carminio, le auto riempiono i vuoti a perdere lasciati da altre auto.
Un tipico tardo pomeriggio di metà agosto.

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